La beneficenza e la morte del teologo fra Lelio Baglioni a Sant’Antonio di Pisa

Tra i Servi di Maria che onorarono il loro Ordine, ha il suo posto il padre maestro Lelio Baglioni, fiorentino, vissuto tra cinque e seicento, ricordato anche dal Dizionario Biografico degli Italiani (Ulianovich, 1963).
Nacque l’11 agosto 1550 da Domenico di Baccio d’Agnolo, architetto (fu pertanto nipote di Giuliano), ed entrò nell’Ordine dei Servi nel 1559. Professò quindi nel 1569 e divenne maestro in sacra Teologia nel 1576, distinguendosi poi per la sua profonda conoscenza della materia e pubblicando il Tractatus de praedestinatione (1577) e il Tractatus de peccato originali (1579) che gli valsero un buon numero di elogi e di polemiche.

Fu provinciale di Toscana nel 1585, procuratore generale dell’Ordine nel 1588, vicario generale nel 1590 e priore generale nel 1591. In questa veste si adoperò per il ripristino del convento di Montesenario. Fu riconfermato nella carica per un triennio nel 1594. Tornò a Firenze nel 1598, dopo essere stato carcerato più di due anni (Tozzi, Spogli A), per motivi ignoti agli storici.
Venne chiamato ad insegnare metafisica allo Studio di Pisa nello stesso 1598; quindi tenne in tale istituzione la lettura della Sacra Scrittura dal 1599 fino al 1602 e la cattedra di teologia subentrando al padre Giacomo Tavanti dal 1607. Fu di nuovo provinciale di Toscana dal 1615 al 1618.

Morì nel convento di Sant’Antonio di Pisa il 31 marzo 1620, secondo il Dizionario, o il 20 aprile 1620, come scrivono i registri dello stesso convento da noi consultati. Oltre a ciò, in questi documenti si trovano notizie inedite sui lavori da lui promossi agli edifici del monastero, interessanti per conoscerne il carattere generoso e il sentimento di fraternità verso i correligionari.
D’altronde questi ricordi furono scritti proprio per lasciare traccia della sua beneficenza in un periodo in cui era ormai anziano e prossimo a ritirarsi.
Alla data del 25 novembre 1619 al pisano che corrispondeva al 1618 al fiorentino, si trova:
“Sia noto e manifesto a quelli che leggeranno” come il reverendo padre maestro Lelio Baglioni fiorentino, lettore in sacra teologia nello Studio di Pisa nel 1617 – 1618 al pisano –, “da fondamenti” fece l’ala del dormitorio “che guarda verso la chiesa” in basso di qua e di là dal pozzo: “sono due stanze grande per servizio delle legnia e poi anco quattro foresterie, e ene sopra la scala la barberia, e poi in dormentorio sei camere nelle quali” nel 1618 (al fiorentino) “ci ha posto della camera dove habita in queste quattro letti, e nella foresteria uno che son cinque come appare per l’inventario ...”.
Oltre a ciò, fece fare gli usci con le toppe, un tavolino e un altarino per una in tre camere del dormitorio e in due della foresteria “tutti nuovi”. Come usava, spese “de’ sua avanzi della lettura” e di quello che “è venuto alla religione per la persona sua”.
In aggiunta – si continua – fece alzare e soffittare il dormitorio e l’andito che andava giù alla scala della libreria, ammattonare la cantinetta vecchia e l’andito che qui andava, fare la cantinetta di nuovo con sua appartenenze e levare più “dua travi e mezzo di terra...”.
Quindi spese nella “volta della stalla e sotto la scala che “va alla camere della libbreria acciò li frati ci potessero mettere lo strame”.

Nel 1618 (al fiorentino) proseguì i lavori, “havendo ottenuto dal serenissimo gran duca Cosimo II” che l’ufficio dei Fossi levasse la fogna avanti la chiesa e quella coprisse, e anche la parte che era dietro la chiesa e nella piazza e “ene quella che è dal uscio dell’orto fino alli gelsi”.
Il padre Baglioni fece poi sistemare il muro della piazza a divisorio con i privati, “misurato dal signore Bartolomeo Pettinini vice provveditore dell’Ufficio dei Fossi”, e il muro verso le mura e “così tutte le mura della piazza, come del giardino”. In questo modo, “spianata” la piazza e il giardino, il convento “ha acquistato questo giardino che prima non godeva niente”.

La memoria del 25 novembre 1618 fu posta “da me fra Arcangelo Garzi da Pisa al presente camarlingo per essere così la verità. E che li posteri sieno del tutto informati e si sappia che la piazza è nostra e si habbia obligo anco alli fratelli della compagnia di San Giovanni Spazzavento, che l’hanno ancora loro, a | richiesta del medesimo padre, arricciato e accomodato tutte le loro muraglie per abbellimento della piazza luogo di Sant’Antonio, e si trattino da buon fratelli e vicini. Fatto sia a honore di Dio, della beata Vergine e di Santo Antono benedetto”.

Nel registro seguono altre liberalità del padre Lelio Baglioni: 4 materasse con 4 valenzane (coperte pesanti) di Roma “nella camera dove sta della libbreria, che s’intende che sieno del convento della Nunziata”, e altre cose: e “tutto sia di iurisditione del convento della Nunziata e delli teologi fiorentini che leggeranno doppo di lui”. Segue il ricordo della “testa di marmo del serenissimo gran duca Cosimo secondo in libbreria che costò ducati trentasei, e anco la sua effigie di terra cotta”.
In chiesa nel 1619 (al fiorentino) fece fare alcuni oggetti d’uso tra i quali un inginocchiatoio nuovo e tre confessionari nuovi “dalla banda di San Filippo”. Infine “furono piantati anche gli aranci nell’orto, e fatto il pero, et la spalliera ...”.

Per gratitudine il 6 febbraio 1619 il convento di Sant’Antonio deliberò di fare “un poco di amorevolezza” a fra Lelio con il dono di tre scudi per “potere stampare in parte le sue Conclusioni, sì come si costuma in altri conventi della nostra Provincia ...”.
E il 23 gennaio 1620 deliberò su una messa solenne dello Spirito Santo da celebrare l’11 agosto, giorno della sua nascita, per “sua conservatione et salute”.

Dopo la morte, avvenuta il 20 aprile 1620 e non il 31 marzo, come dicevamo (ci permettiamo di correggere il Dizionario), si scrisse:
"Notino i molto reverendi padri di Sant’Ant’Antonio di Pisa come il dì 20 d’aprile 1620 passò a miglior vita il padre reverendissimo Lelio Baglioni fiorentino teologo di Pisa, con dolore estremo non solo della nostra religione de’ Servi che più non poteva perdere, ma de’ serenissimi principi di Toscana, della città ancora di Fiorenza, et in particolare della città di Pisa ove si sentì dire con rammarico comune, «S’è perso il nostro mecenate, il nostro difensore, il nostro pater patriae». Iddio l’habbi ricevuto in gloria.
Fra tanto si raccordino i su detti reverendi padri di Santo Antonio di Pisa di celebrare il dì 20 del sudetto mese una messa solenne de’ morti per l’anima sua. E questa in perpetuo come si dichiara in questo libro a carte 114 e come à scritto alla tavola degli obblighi in sagrestia. Ita est ego fr. Ferdinandus v. prior” [Mancini].

Paola Ircani Menichini, 7 marzo 2025. Tutti i diritti riservati.




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